Requiem  Neuheit  Quadrivium
cover of article Stil: Classico
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Bemerkungen

Fra tutti i testi che la liturgia ci mette a disposizione quello della “Messa per i defunti” è certamente quello che più ci colpisce. È quello che ci attrae per l’argomento al quale nessuno sfugge, che ci coinvolge direttamente, in prima persona. Il Requiem ha una struttura articolata, che affronta il tema della morte sotto aspetti diversi: quello del riposo, quello del perdono, quello della speranza. Ma il tema dominante, quello che riappare continuamente qua e là, nelle trame del testo, e che diviene centrale nella Sequenza che ha reso celebri i Requiem più celebri, è quello del terrore: terrore del Giudizio finale, terrore del castigo. “Quello sarà il giorno dell’ira, quando il mondo sarà ridotto in cenere”: le parole che aprono il Dies irae sono quanto di più terrificante si possa trovare fra i testi sacri. Non a caso la Chiesa dell’ultimo Concilio lo ha tolto dalla liturgia. In fondo tutto il Requiem oscilla continuamente fra questi due temi dominanti: della paura e del perdono. Il privilegiare il secondo rispetto al primo è stata una scelta che prima della riforma conciliare era stata già anticipata da alcuni compositori. Come i francesi Fauré e Duruflé. Un Requiem senza il Dies irae acquista una dimensione più leggera, dove domina la speranza. Come anche nel caso del Requiem di John Rutter, per citare un esempio dei nostri giorni. È difficile immaginare le motivazioni più profonde che abbiano spinto questi autori a eliminare il Dies irae. È possibile che sia stata una scelta poetica, appunto per privilegiare il senso di fiducia, di attesa della risurrezione. Ma non mi sento di escludere una scelta tattica, per evitare un confronto difficilmente sostenibile con modelli inarrivabili, come quelli di Mozart o di Verdi. Il problema del Dies irae è stato centrale nel ritardare la decisione di scrivere questo Requiem. Ho impiegato diversi anni a completare il lavoro nella sua interezza. La redazione è stata intervallata da lunghe pause, tuttavia non ho avuto difficoltà o ripensamenti nell’impostare i diversi movimenti. Tranne che per il Dies irae. Devo dire che la scelta di inserirlo non è stata mai messa in discussione, anzi direi che la sfida, se di sfida si trattava, era proprio quella di scrivere un Dies irae. Nonostante Verdi, nonostante Mozart. Cito questi due lavori perché sono quelli che più mi hanno ossessionato in questi anni. Verdi in particolare: l’attacco della prima strofa è quanto di più impressionante sia mai stato scritto su questo testo. Credo che il senso dello scatenamento dell’ira divina e del terrore di un’umanità che tenta caoticamente e inutilmente di fuggire siano stati scolpiti in modo definitivo da Verdi. Tentare di ripercorre la stessa strada mi sembrava un’impresa tanto proibitiva quanto vana. Ho a lungo pensato di dare al Dies irae un taglio diverso. Avevo in mente una soluzione asciutta, fatta di pochissimi elementi che evocassero un senso di vuoto assoluto: quale senso maggiore di disperazione ci può essere della solitudine di fronte al nulla? Quindi la morte come annientamento totale, la fine definitiva di tutto. (Carlo Pedini)